Perdersi in Inghilterra, il racconto di Katjia

In questo racconto si parla di Torquay nel sud dell’Inghilterra.
Un’avventura vissuta di notte, senza cartina, guida o tecnologia al seguito per perdersi e viaggiare davvero!

inghilterraPerdersi. Perdersi e immergersi in una città. Quante volte l’ho sognato, non sapendo poi neanche molto cosa volesse dire nella realtà. Finché una sera mi è capitato davvero. Non che io non mi sia mai persa, anzi. Però non l’ho mai vissuta in quel modo. Ero con la mia migliore amica a Torquay, centro nel sud dell’Inghilterra. Per una serie di vicissitudini che non sto a spiegare, noi ci siamo ritrovate ad essere le uniche due decisamente maggiorenni insieme ad altre quattro ragazzine decisamente minorenni, due delle quali sono le sorelle della mia amica in questione. Loro erano lì per una vacanza studio, noi per una tappa della nostra vacanza e basta. Quella sera avevamo deciso di non far loro prendere i mezzi per tornare dal centro della città alle case delle famiglie che le ospitavano, confidando nel loro senso dell’orientamento. Errore enorme. Abbiamo girato per ore per questa città.inghilterra Senza cartina, senza connessione internet. Un incubo? No, ricordo soprattutto sorrisi, racconti di aneddoti e le facce preoccupate delle nostre quattro “sorelline” quando per strada abbiamo incrociato un ubriaco che bofonchiava qualcosa. La ricerca delle case delle loro “famiglie” si è trasformata nell’esplorazione involontaria della città. E persino il fatto di aver raggiunto il confine con la città accanto – come abbiamo fatto? Ah, non chiedetemelo: non lo sapevo allora e non lo saprei ricordare neppure adesso – è stato singolare. Ed essendo intenta a cercare di orientarmi e a guardarmi intorno non ho avuto neanche paura per la nostra incolumità in una città straniera di notte. Forse proprio questa esperienza mi ha fatto capire come voglio viaggiare: perdendomi. Non sempre, non in qualsiasi situazione, sia chiaro. Ma ogni tanto, magari anche all’interno di un viaggio più o meno organizzato, è indispensabile riporre guida e tecnologia in hotel e lasciarsi vivere dal posto in cui si è. Così lo si porterà dentro per sempre.

di Katjia Schneider

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In Vietnam con Annarita
Un autentico racconto di viaggio

Annarita ha rotto il ghiaccio e ha raccolto l’invito a condividere le sensazioni di un viaggio autentico.
Così, leggendo le sue parole voliamo per qualche minuto in Vietnam, in sella ad un motorino per scoprire che a Ho chi Min ci si sposta in scooter “con l’aria calda in viso”

Sono Annarita!

Premesso che adoro viaggiare, ovunque e comunque, viaggio leggera, amo portare i bimbi con me da sempre, programmo forse un po’ poco, ma sono per scoprire sul momento! Premesso questo, per lavoro mi trovo spesso a bazzicare in Asia, sono stata in Cina la prima volta nel 2002…e praticamente non ho più smesso: Vietnam, Thailandia, Sri Lanka, Giappone, Cina, Hong Kong e Malesia, mi hanno visto passare molte volte.

Per lavoro vedo davvero poco dei posti, ma ci sono esperienze che porto nel cuore. Come questa…

vietnam

Ho chi Min (foto www.withoutbaggage.com)

Vietnam: è un posto che amo, la gente ha gli occhi buoni, sorridono alla vita, e sono coinvolgenti. Siete mai stati ad Ho chi Min? Beh, io la prima volta nel 2008. La mia più grande sorpresa fu vedere il fiume di motorini che ti accompagna dall’aeroporto al centro città. Negli anni il numero è diminuito anche se ancora importante, ma all’inizio fu…wow.. immaginate un formicaio di motorini e tutti che suonano non si sa a chi e cosa.

Famiglie intere su uno scooter 50!

La mia domanda fu: «ma come fanno a guidare in questo caos?».

La risposta la ebbi presto: ero lì durante il week-end, sola, e il sabato una ragazza che lavorava da un mio fornitore potenziale (Veronica), mi disse: «Ma dai ti vengo a prendere io, esci con me ed i miei amici». Ed io,tra il perplesso ed il curioso, risposi: «Ok!».

«Ti vengo a prendere alle 7!».

Affare fatto. Esco dal mio hotel, lei era venuta in motorino…”e certo” dissi tra me… (ma ero sorpresa…pensate quanto a volte siamo legati a stereotipi. Inconsciamente…io mi aspettavo la macchina) è il suo mezzo, per comprarlo ci vuole un anno di stipendio!!! Mi dà un casco rivestito internamente con un panno bianchissimo, candido (quanta attenzione per me…conosciuta poco prima)! Lo metto e partiamo!

Ero nel formicaio, tutti si sfioravano e nessuno si toccava. Ricordo quella sensazione tra lo stupito e il perplesso….ma io lo avrei fatto? Voglio dire, Veronica mi conosceva appena, aveva pensato a me e in men che non si dica, mi aveva coinvolto nella sua vita, facendomi fare un’esperienza che da turista non avrei mai fatto!

Con l’aria calda in viso, pensavo alla bella sensazione di tranquillità che provavo e, nel frattempo, via verso il locale del sabato sera. Un baretto di poche pretese dove tutti erano interessati a me…e a Roma… Mi riempirono di domande, nel loro inglese stentato e io con la mia birra locale, mi sentii come a casa.

Amo il Vietnam! Voglio portarci Marghe e Vale (i miei figli) a breve!!!

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