Ad Elcito, nel Tibet delle Marche
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* zaino Paul Meccanico
 Elcito, Elcito. Ho segnato questo nome sull’agenda, sul quaderno che porto sempre in borsa, su un post-it appiccicato al monitor del pc. Ovunque, insomma per non dimenticarlo. «Devo andare a visitare questo borgo» (una frazione di San Severino Marche), mi sono ripetuta più volte. E poi, in una giornata primaverile, purtroppo non tanto soleggiata mi sono decisa a partire. Con me la piccola Zoe e la mia amica intollerante, Cristiana detta Cri.

elcito3Digito Elcito sul navigatore e via si parte! Fino a San Severino nessun problema, il viaggio fila liscio. Arrivati alla rotonda dell’ospedale – un posto dove sembra di essere a Kabul durante la guerra – il segnale gps scompare e, dopo aver fatto qualche volta a vuoto la rotonda, decido di proseguire per Apiro. Qualche chilometro ed ecco due signore che chiacchierano in giardino.

«Scusi, per Elcito è la strada giusta? Quanto manca?».

«Elcito proprio (con un accento marchigiano marcatissimo)? E’ lontano, ci vorrà ancora un’ora…».

Dovevate vedere la mia faccia! «Un’ora???». No dai, è impossibile il navigatore dava al massimo altri 15/20 minuti.

Da vere viaggiatrici, con Zoe che iniziava a far sentire il suo disappunto, decidiamo di proseguire alla volta di quello che TripAdvisor ha definito il Tibet delle Marche. Paesaggi, natura, ampi spazi verdi, continuiamo il viaggio ed ecco, ad un certo punto, l’indicazione per Elcito. Incredibile, stiamo per farcela. Ancora 5 chilometri e ci siamo. I cinque chilometri più belli.

«Sarà quello?» Diciamo guardando un gruppo di case arroccate. Andiamo oltre.

Ed ecco finalmente Elcito.

Poche case, raccolte. Solo case, vicoli e piazzette. Non c’è nessuno. Siamo solo noi. A Zoe non sembra vero di vedere tutti quei sassolini tutti per lei, di poter camminare in un luogo piccolissimo, che a lei, invece, sembra grandissimo come il castello di una principessa. Anche a noi non sembra vero. Ma che posto è questo?

elcitoDescriverlo è difficile. Ci provo. Almeno tento di spiegarvi quello che è stato per me.

Poche case costruite in mattoni, ristrutturate, credo non molto tempo fa. Tutt’intorno un panorama bellissimo. Intere vallate di natura, alberi, verde e prati. Un rifugio, un posto dove passare qualche ora a pensare, un luogo quasi dimenticato, lontano dalle rotte più battute. Un posto dove si può andare piano, ci si può rilassare, rigenerare.

Incontro una sola persona. Un signore, probabilmente del posto, che sta lavorando nell’unica attività del paese, un ristorante.

«I residenti sono 13, pensa che poco tempo fa è nato un bambino, non succedeva da anni». Mi dice.

Un bambino in questo posto, pazzesco penso. Un simbolo di vita e di rinascita.

«In settimana è così, non c’è mai quasi nessuno – aggiunge quel signore – Se ci veni di sabato o di domenica c’è un sacco di gente».

Per fortuna noi ce lo siamo godute così, disabitato e tranquillo. Se potete fateci un salto. Ne vale la pena.

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Perdersi in Inghilterra, il racconto di Katjia

In questo racconto si parla di Torquay nel sud dell’Inghilterra.
Un’avventura vissuta di notte, senza cartina, guida o tecnologia al seguito per perdersi e viaggiare davvero!

inghilterraPerdersi. Perdersi e immergersi in una città. Quante volte l’ho sognato, non sapendo poi neanche molto cosa volesse dire nella realtà. Finché una sera mi è capitato davvero. Non che io non mi sia mai persa, anzi. Però non l’ho mai vissuta in quel modo. Ero con la mia migliore amica a Torquay, centro nel sud dell’Inghilterra. Per una serie di vicissitudini che non sto a spiegare, noi ci siamo ritrovate ad essere le uniche due decisamente maggiorenni insieme ad altre quattro ragazzine decisamente minorenni, due delle quali sono le sorelle della mia amica in questione. Loro erano lì per una vacanza studio, noi per una tappa della nostra vacanza e basta. Quella sera avevamo deciso di non far loro prendere i mezzi per tornare dal centro della città alle case delle famiglie che le ospitavano, confidando nel loro senso dell’orientamento. Errore enorme. Abbiamo girato per ore per questa città.inghilterra Senza cartina, senza connessione internet. Un incubo? No, ricordo soprattutto sorrisi, racconti di aneddoti e le facce preoccupate delle nostre quattro “sorelline” quando per strada abbiamo incrociato un ubriaco che bofonchiava qualcosa. La ricerca delle case delle loro “famiglie” si è trasformata nell’esplorazione involontaria della città. E persino il fatto di aver raggiunto il confine con la città accanto – come abbiamo fatto? Ah, non chiedetemelo: non lo sapevo allora e non lo saprei ricordare neppure adesso – è stato singolare. Ed essendo intenta a cercare di orientarmi e a guardarmi intorno non ho avuto neanche paura per la nostra incolumità in una città straniera di notte. Forse proprio questa esperienza mi ha fatto capire come voglio viaggiare: perdendomi. Non sempre, non in qualsiasi situazione, sia chiaro. Ma ogni tanto, magari anche all’interno di un viaggio più o meno organizzato, è indispensabile riporre guida e tecnologia in hotel e lasciarsi vivere dal posto in cui si è. Così lo si porterà dentro per sempre.

di Katjia Schneider

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