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Sanremo, le pagelle dei duetti

Ecco i nostri voti agli artisti del Festival

Dopo le pagelle della prima serata (leggi l’articolo) e quelle della seconda (leggi l’articolo), ecco i voti dei nostri esperti alla quarta serata del Festival di Sanremo. La serata dei duetti. Si fa sempre per scherzare, sono pagelle ironiche. Nessuno se la prenda. Il premio della giuria come miglior duetto è andato a Motta e Nada. Giuria di sordi, evidentemente. Anche per queste pagelle, ringraziamo il nostro preziosissimo staff.
Federica carta, Shade e Cristina D’Avena: ti voglio bene Denver. Per tutta l’esibizione non ho aspettato altro che vedere il dinosauro verde sbucare e interrompere urlando “Oh mamma saura”. La D’Avena ha dato una scossa a un brano che è già aria fritta, ma non poteva fare il miracolo. Voto 6.
Motta e Nada: voto noia. Il brano rimane un tormento da radical chic. “Motta non pò non piacere, scrive benissimo” diranno alcuni. Anch’io scrivo bene, ma non vado a lagnarmi al Festival di Sanremo. Voto 4.5.
Irama e Noemi: sembrano due anagrammi. Irama peraltro è molto ani Ottanta: per tagliargli i capelli gli hanno messo in testa una scodella. Detto questo, Noemi dorme per un po’ e poi finalmente interviene a dare un senso ai luoghi comuni del signor De Lellis. E tutto sommato ci riesce. Voto 6.
Il Volo e il violinista: non sia mai che qualcuno tolga spazio ai Trettrè. E infatti sul palco si portano uno che suona e nessuno che canta oltre a loro. La tristezza. Vinceranno purtroppo. La tristezza doppia. Voto 4.5.
Arisa e Tony Hadley: Hadley ci sta come il sale nel caffè. Inutile, anzi proprio dannoso. Entra nel brano e sembra lo spot del the Lipton ai tempi di Dan Peterson. Bene coinvolgere il grande nome, ma almeno o fatelo cantare del tutto in inglese o chiamate un italiano. Voto 5.
Mahmood e Gue Pequeno: le domande sono diverse. La prima: Gue ha ingoiato un frigo? Secondo quesito: ma chi indossa gli occhiali scuri in un ambiente chiuso cosa vede? Ah sì, poi c’è l’esibizione di Mahmoud. Fastidiosa come al solito. Cancellatelo entro breve, vi prego. Voto 4.
 Patty Pravo, Briga e Giovanni Caccamo: che al mercato mio padre comprò. Fate salire sul palco anche un po’ di altra gente, tanto che ci siamo. Ma poi, siamo seri: Giovanni Caccamo sul palco con Patty Pravo? Un miracolato quasi quanto Briga. Come al solito, la star è Patty. Ma non durante la canzone. Dopo il brano, nella conversazione surreale con Virginia Raffaele. Voto 5.
Ghemon e Diodato: chi li veste? Pensavo che Bocelli fosse andato via e invece un ipovedente sicuramente lo zampino ce l’ha messo. Come mi fa notare il mio preparatissimo staff, Diodato ha una camicia fatta del materiale delle verande dei campeggi. Ghemon sembra il nonno del nonno di Ghemon, come al solito. La canzone nel complesso però, al di là delle zoppie di look, funziona meglio rispetto al solito. Voto 6.
Ultimo a Sanremo

Ultimo a Sanremo

Ultimo e Fabrizio Moro: due cloni. Il primo è il secondo in piccolo. Urla anche di meno, per fortuna. Ultimo stasera sembra Gianna Nannini da giovane. Non nella voce, ma proprio nel look. A un certo punto il brano diventa una gara a chi si fa più uscire la vena sul collo per quanto si urla. Bene, bravi, ma la prossima volta invece di fare i pescivendoli cantate. Voto 6.
 Francesco Renga, Eleonora Abbagnato e Santo Versace: Ah è Bungaro? E’ un mix fra Zarrillo e Santo Versace. Non si capisce cosa voglia fare Renga. Anzi, una cosa si capisce: vuole riempire il palco. Mancano solo delle rappresentanti Yves Roche e poi abbiamo completato il quadro. Voto: horro vacui.
Nek e Neri Marcorè: oh finalmente questa canzone ha un senso. E infatti non sembra un prodotto di Gigi D’Agostino. Delicata con i testi di Borges recitati, molto più lenta e con un senso alle parole. Ecco, fatta così è decente. Peccato che la versione reale sia quella dance. Voto 7.
Boomdabash, Rocco Hunt, i Cantori di Milano, pampuru pimpuru parimpampum: vi ho già detto che sono salenti, no? Quindi già partono favoriti per me. Lasciamo perdere che con Rocco Hunt (con tanto di collana RH perché mica che poi si dimentica le iniziali per fare gli autografi) e il coro è un attimo che diventa Club Med, almeno riescono a far alzare in piedi l’Ariston. Voto 7.
The Zen Circus con Brunori Sas: questa esibizione, noiosa nonostante gli ennesimi radical chic che dicono “Ma come fanno a non piacerti, sono dei poeti” (ecco no, li trovo irritanti), mi fa arrivare l’illuminazione. Il cantante dei The Zen Circus è quello degli Smashing Pumpkins un po’ più in carne. Detto ciò, il duetto ci sta. Brunori è Brunori e dà un tocco di qualità a tutto ciò che tocca. Voto 6.
Paola Turci e Beppe Fiorello: intensi. Magnetici. E poco importa se Paola dà l’impressione di stonare, come è successo già in altre serate. L’emozione si sente e si riceve. Voto 7.
Anna Tatangelo e Syria: perché? Io me lo chiedo da un po’, ma non trovo risposte. Syria è una dj di successo, è un’artista vera. Cosa c’entra con la muchacha troppo sexy per i maschi? Loro due sul palco urlano. Syria al solito, quindi in modo poco fastidioso. La Tatangelo al solito, quindi che la vorresti strozzare. La canzone rimane qualcosa di inaffrontabile senza prima aver svuotato un bicchiere. Voto 4.
Ex-Otago e Jack Savoretti: Savoretti quando canta in inglese sembra posseduto da James Brown, in italiano risulta più normale. Il brano come di consueto non entusiasma, ma almeno in questo caso si fa notare. Voto 6.
Enrico Nigiotti e Paolo Jannacci: bene, bravi, ma Jannacci più che dondolarsi al pianoforte non ha fatto. E’ un pianista, sia chiaro, e quindi il suo lo ha fatto alla grande. Non chiamatelo duetto, però. Nigiotti è sempre più gnocco. Voto 6.5.
 Loredana Bertè e Irene Grandi: partono con un curriculum che gli Achilli Lauri, le Anne Tatangelo, e i Livii Corii non raggiungeranno mai neanche in dieci vite. Appena tocca a Irene, però, la canzone si ammoscia. Si spegne la verve e diventa una canzoncina da doccia. Finché non torna la Berta e allora torna ad essere la vincitrice morale del Festival. Peccato, era la grande occasione per il ritorno di Irene. Sprecata. Il duetto non ci convince. E neanche il look della Berta. Voto 5.5.
Daniele Silvestri, Manuel Agnelli, tutti belli come il sole: la canzone è bella, non cambia molto rispetto al solito. Loro sono bravi. Come al solito. Potevano evitare di chiamarlo duetto, visto che su Spotify la versione con Manuel è molto simile a questa. Comunque questa è vera arte, altro che gli Young Signorino de noattri. Voto 7.5.
Einar, Biondo, Sergio Sylvestre: mancano giusto Gianni Sperti e Tina Cipollari e facciamo un salotto di Maria De Filippi. Biondo sembra Casper, Sylvestre suda che in confronto Bonolis sembra Legolas del Signore degli Anelli (gli elfi sono sempre asciuttissimi). La canzone rimane sempre una bachata futuribile. Insomma, sarà dimenticata. Per fortuna. Voto 4.5.
Simone Cristicchi ed Ermal Meta: sono pesanti. Irrimediabilmente pesanti. La canzone è poetica, certo. Ma loro due sono pesantissimi insieme. Voto 5.
Nino D’Angelo, Livio Cori e i Sottotono: eh? I Sottotono? Davvero Fish, produttore di tanti artisti italiani del mondo rap ha scelto di affiancarsi ai Quartieri Spagnoli? Davvero Tormento duetta con loro? L’inizio è qualcosa di raggelante, quasi quanto lo sguardo perso nel vuoto di Nino D’Angelo. Poi si prosegue e si vorrebbe diventare sordi, nonostante Tormento porti il vero e grande rap italiano sul palco. Voto: 1–.
Achille Lauro e Morgan: la voce nella musica non è fondamentale. L’hanno dimostrato in maniera inequivocabile. Il brano entra in testa, la voce del finto Young Signorino pure. Nel modo peggiore. Serve dell’ovatta, ma tanta, per cercare di non sentire gli ululati di sti due. E a ogni sillaba la speranza che vengano operati di tonsille in diretta si fa putroppo sempre più vana. Voto 2.5.
Cristiana Mariani

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Sanremo, le pagelle al secondo ascolto

Bertè, Turci e Silvestri al top, risale Ultimo. Achille Lauro e Nino D'Angelo a zappare

Dopo il grande successo ottenuto dalle pagelle della prima serata della 69esima edizione del Festival di Sanremo (leggi l’articolo), ecco un mix fra le pagelle della seconda serata e i voti che il nostro staff di esperti ha dato a tutti i brani in gara al secondo ascolto. Senza guardare come sono vestiti gli artisti o come sono le loro performance dal vivo, ma ascoltando le canzoni su Spotify. Ecco le pagelle che ne sono venute fuori. Come al solito, i giudizi sono ironici. Si fa per scherzare, nessuno se la prenda.

Parole nuove (Einar): voto 4. Quella di Einar è la candidata numero uno a diventare una bachata per i saggi delle scuole di ballo latinoamericano. Fateci caso nei prossimi mesi: la sentirete. Purtroppo.

I tuoi particolari (Ultimo): voto 7. È come il vino: più invecchia e più ti piace. Non lui eh, che rimane un gran gnocco. La sua canzone. Ricorda molto “Il ballo delle incertezze”, che però sarebbe stata da 9.

La ragazza con il cuore di latta (Irama): voto no Irama, quella era Mary. Si crede un gemello diverso con inserti gospel e quindi ci canta, anche lui, la storia di una violenza domestica. Peccato che lo specialino col gospel c’entri come Antonella Clerici con un programma di dieta stretta.

Rolls Royce (Achille Lauro): voto cosa urli? Ecco lui è l’esempio del fastidio. Più lo ascolto (senza vedere il suo fare arrogante), più vorrei prenderlo per il bavero, dargli due schiaffi e dirgli “Oh ma hai finito di sparare stupidate?” (E qui mi sono censurata, apprezzatelo)

Nonno Hollywood (Enrico Nigiotti): voto 7. Non guardandolo (ed è gnocco eh), si apprezza ancora meglio la sua genuinità. Sempre più sanremese, ma nelle orecchie in treno ci sta bene. Fosse stato un Ermal Meta con la famiglia tormentata avrebbe vinto. Ah no scusate, ci sono i Trettrè de Il Volo da portare in palmo di mano.

Senza farlo apposta (Shade e Federica Carta): voto 5.5. Senza vedere il leck di lui, ovvero il suo ciuffo leccato, è meglio. Ma il problema rimane il brano: uguale a tutti quelli di lei, di lui e di lei e lui insieme. Insomma, rimangono qualcosa di inaffrontabile.

Dov’è l’Italia (Motta): voto 5. Almeno ascoltando e basta non si vede la sua faccia incazzosa senza motivo. Cambia poco, il brano finge di essere da Afterhours, ma tesoro non sei Manuel. Sei Motta. Purtroppo per noi.

Argentovivo (Daniele Silvestri): voto rapiscimi. Si inserisce nel filone de “Il mio nemico”, che già era una spanna sopra tanti. Lui è il principe degli gnoccoloni, se si aggiunge che nelle sentirsi questo testo nelle orecchie fa sperare che la musica non sia solo “Tu mi vuoi, amami”, “Io ti voglio, amami”, “Tu non mi vuoi, ma amami”, “Io non ti voglio e sei bipolare”. Grazie Dany.

Soldi (Mahmood): voto te li do io i soldi basta che te ne vai. Mi viene voglia di perforarmi i timpani sentendo la sua voce lamentosa. No, mi scuso. Non è lamentoso. E’ proprio fastidioso e inutilmente presente sul palco.

 Aspetto che torni (Francesco Renga): voto 7. La profondità del testo si capisce ancora meglio ed è di quelle che gente come Mahmood o quell’altro finto Young Signorino di Achille Lauro dovrebbero studiare. Molto sanremese, potrebbe entrare fra le prime cinque.

L’ultimo ostacolo (Paola Turci): voto l’illuminazione. Entra nel cuore prima ancora che nelle orecchie. E’ rock e delicata al tempo stesso, esattamente come sa essere lei. Non vincerà, perché a Sanremo dovranno far vincere i tre tenores del casello di Roncobilaccio. Però merita il podio a mani basse.

Cosa ti aspetti da me (Loredana Bertè): voto 8. La Berta merita la vittoria. Senza dubbio. Il ritornello rimane nelle

Loredana Bertè Sanremo Loredana Bertè Sanremo

orecchie e ti verrebbe voglia di chiedere “Cosa ti aspetti da me?” anche al controllore in treno. E’ rock, è Curreri e Bertè. E’ musica vera. Quella che a Sanremo quest’anno non si è sentita spesso. Poi lei ha 70 anni e ancora ha voglia di urlare al mondo la sua rabbia. Non vogliamo premiarla al posto di Nino D’Angelo e Livio Chi?

Rose viola (Ghemon): voto 5.5.  Sentendolo isolandosi si capisce cosa voleva fare e ha un senso. Peccato che non sia assolutamente allineato con ciò che porta sul palco del Teatro Ariston.

I ragazzi stanno bene (Negrita): voto 6.5. Al secondo ascolto ti ricorda un po’ il rock alla Ligabue e ai Negrita vecchia maniera e in fondo fa venire anche un po’ di nostalgia. Certo, se Pau e i suoi amici magari si evolvessero un pochino potrebbero stare ancora nel panorama musicale italiano senza far rimpiangere i bei tempi andati.

Musica che resta (Il Volo): voto se resta solo la musica voi potete anche andare. Non è colpa loro… anzi sì, è proprio colpa loro. Ti fanno prudere le mani anche quando li ascolti e basta. Sono proprio i tipici che ti verrebbe da tirare per un orecchio e fargli fare dieci metri trascinandoli. Ah, la canzone? Perché c’è una canzone? Intendo qualcosa di nuovo. No, non pervenuto. Vinceranno. Purtroppo. L’Italia andrà all’Eurovision song contest con loro. E tutto il mondo sarà convinto ancora che noi siamo pizza, ululati e mandolino. La mestizia.

Mi farò trovare pronto (Nek): voto 6. Si farà trovare pronto, non si sa quando. Anzi, si sa: per andare a fare l’anzianotto in discoteca anche subito. Per il resto è sempre più uguale a “Fatti avanti amore”.

Mi sento bene (Arisa): voto 6.5. L’esibizione della prima serata la faceva sembrare, diciamolo, una mezza matta botulinizzata (come mi hanno fatto notare gli esperti del mio staff, ha giusto fatto quei due-tre…mila ritocchino al viso). E invece, ascoltata su Spotify, questa canzone ha un suo perché. Sembra anche allegra. Ovviamente solo nella seconda parte, la prima è solo un pretesto per creare il contrasto con la parte movimentata del brano.

L’amore è una dittatura (Zen Circus): voto 5. Fare gli alternativi e gli indie a prescindere non paga. E soprattutto l’amore sarà pure una dittatura, però loro sono una punizione con questa canzone. Mi aspetto i fan degli Zen Circus sotto casa, come fu l’anno scorso per quello de Lo Stato Sociale (peraltro, che vi risulti loro, le loro parolacce inserite per forza nei testi “perchénoisiamogggiovani”, la vecchia che balla quanti stadi hanno riempito dopo aver vinto il Festival di Sanremo? Aspetto ancora tutte le certificazioni di “disco di diamante che più prezioso non si può” di ogni loro singolo), però davvero questi non si possono ascoltare a Sanremo.

Per un  milione (Boomdabash): voto 7. E’ un tormentone. Ti entra nella testa e non ti molla più. Questa canzone ci terrà compagnia per i prossimi mesi. Poi, che vi devo dire? Sono salentini, ne abbiamo già parlato no?

Solo una canzone (Ex-Otago): voto non pervenuti. Se non me li avesse proposti Spotify nella compilation del Festival di Sanremo, li avrei dimenticati.

Le nostre anime di notte (Anna Tatangelo): voto 4.5. Ascoltando il testo, si ha una netta sensazione: Kekko dei Modà, Tony Maiello e Gigi D’Alessio sono sotto mentite spoglie i veri autori di questo brano. Ed è una tragedia. Anna, dammi retta: vai ad aprire un chiringuito da qualche parte, anche a Ponza per dire eh.

Un po’ come la vita (Patty Pravo e Briga): voto 4.5. Senza vederla, Patty non è la stessa cosa. Senza quel suo sguardo perso, vuoto, quelle pupille che vagano in cerca di una data a cui appigliarsi per capire in che epoca si trova, la canzone perde di appeal. Anche perché è così vecchia che pure Spotify si rifiuta di farla ascoltare, visto che quando è nata la app questo brano esisteva già. Ed era già superato.

Abbi cura di me (Simone Cristicchi): voto macigno. Pesante era e da ernia al disco rimane anche al secondo ascolto. Saremo noi che non lo capiamo, però la tentazione di skippare e passare persino a Nino D’Angelo è forte.

Un’altra luce (Nino D’Angelo e Livio Cori): voto no non è vero, preferivo Cristicchi. Si passa tutto il tempo della canzone ha porsi duemila “perché”: perché sono a Sanremo, perché ci devono infilare il napoletano quando non è indispensabile, perché Nino D’Angelo canta ancora pur avendo l’età del Boss delle cerimonie…

Seconda serata:

Mengoni e il boscaiolo: voto 8. Finalmente il boscaiolo si cambia e sembra solo un detenuto del braccio della morte vestito di nero. Niente da fare per il berretto: quello non lo toglie neanche per dormire.

Virginia Raffaele: voto la vogliamo al posto di Di Maio, Salvini, Toninelli e tutti gli angeli in colonna. E’ eccezionale, strepitosa. Insomma, è davvero una grande artista.

Claudio Baglioni che tanto per cambiare canta le canzoni di Baglioni e le rende ulteriormente neomelodiche: voto 4. Mo basta. Non l’avevamo già ascoltata l’anno scorso l’intera discografia sua?

Pio e Amedeo: voto patetici. Non fanno ridere. Mai. Non hanno mai fatto ridere. Eppure l’Ariston esplode. Avranno annunciato sconti per la serata di domani a chi ride in modo più fragoroso. Inspiegabili.

L’insostenibile pesantezza dell’assenza di Beppe Vessicchio: voto 0. Non ce ne facciamo una ragione. Non ci riusciamo. Beppe, dove sei? Cosa ti hanno fatto? Dove ti tengono prigioniero? Sarai tu il prossimo naufrago al posto di John Vitale all’Isola dei famosi? Se c’è un rimpasto di Governo, un ministero lo daranno a te? Dacci tue notizie, Beppe. Facci arrivare almeno un post it con scritto “Dirige il maestro Vessicchio”, facci stare tranquilli. Torna, Beppe, torna: sto Festival aspetta a te.

Cristiana Mariani

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