Il bracciale di Sperlonga

Non serve andare troppo lontano per trovare il paradiso e per capire che tutto è possibile 

Ho ancora il braccialetto che mi aveva regalato. Un intreccio di fili fatto a mano. Ogni tanto lo porto ancora con me e mi sembra di risentire l’augurio di “buona vita” che mi aveva fatto il titolare di un negozio di souvenir di Sperlonga.

sperlonga_Sono tornata a Milano da poco. Viaggiare mi fa proprio bene, questa pausa londinese mi ha rigenerata e ricaricata e mi ha fatto venire in mente tante idee. Quando viaggio penso tanto e soprattutto lo faccio più liberamente. Torno indietro ad esperienze vissute e vado avanti avendo più chiaro in testa cosa a come fare.

Forse saranno stati i racconti della Signora C  (leggi anche il seguito) e la voglia di sole che mi ha trasmesso, ma è da un paio di giorni che ho in mente Sperlonga (nel Lazio, in provincia di Latina). Case bianche, mare azzurro, atmosfera quasi da isola. Un posto dove sono stata due volte e che mi è rimasto nel cuore. Oltre alle immagini tradizionali dei vicoli, delle piazzette e degli scorci paradisiaci, ricordo tre incontri. Tutti veloci, rapidi ma per me molto significativi. Scarpe, arte e un augurio per un futuro bellissimo e pieno di successo.

La prima volta sono stata a Sperlonga con la troupe di Week end (un programma di viaggi che ho condotto e curato per un paio d’anni per il canale televisivo Marcopolo) e senza programmare niente, ricordo di essermi imbattuta in un negozietto di scarpe. Non uno qualunque, era il regno di un artigiano, uno che aveva deciso di dedicare la sua vita a realizzare dei prodotti originali, soprattutto sandali con la base in legno e nastri colorati per avvolgere i piedi. Dei capolavori fatti a mano come gli oggetti in ceramica che l’artista che ho incontrato la seconda volta che ho visitato Sperlonga amava decorare nei mesi invernali per venderli poi nella sua bottega in estate. Storie che mi hanno affascinato e che hanno lasciato dentro di me la sensazione che davvero tutto è possibile. 

Un pensiero profondo con cui mi ha salutato quel titolare di un negozio di vestiti colorati, parei da mare, e souvenir che, dopo essersi fatto intervistare, mi ha augurato buon viaggio regalandomi un bracciale.

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Tour tra le meraviglie di Gubbio
anche con pioggia e vento

Ventiquattrore per visitare i luoghi più suggestivi della “città dei matti”, per mangiare una crescia che più buona non ce n’è e per scattare fotografie, ancora più suggestive coi nuvoloni neri all’orizzonte e la pioggia che scende fitta fitta

La “città dei matti”, proprio così. Quella in cui, io, matta di natura, non potevo che sentirmi come a casa. Gubbio, per la proverbiale imprevedibilità e ironia degli eugubini, è comunemente chiamata così e pensare che l’unico eugubino che conosco è preciso e posato in un modo che non ci si crede.
“Che bella questa città”: ho pensato appena ho raggiunto Piazza 40 Martiri. Bella anche in una giornata di pioggia e vento freddissimo. Anzi forse ancora più affascinante.
Parcheggiata l’auto mi addentro nel centro storico: case in pietra particolarmente curate, vicoli stretti, immagini che rimangono in mente. Pochi passi e raggiungo l’affittacamere dove ho prenotato una notte (dove dormire a Gubbio). Tranquillo, pulito, con tutti i confort. Lascio le valige e via alla scoperta della città. E fortuna che non sono sola, con me un’amica (la mia migliore amica, o meglio una delle miei due sorelle acquisite) e una guida, un eugubino doc, sì, quello di cui vi parlavo prima. Iniziamo dal pranzo, un buon piatto di bucatini cacio e pepe sono un’ottima idea per riempire quel buco allo stomaco. Un caffè e si parte.

Gubbio Piazza Grande

Piazza Grande

Una bella passeggiata in centro è quello che ci vuole per iniziare a capire questo piccolo centro umbro. Piove, non c’è molta gente in giro, si respira una particolare atmosfera, come se fossimo stati catapultati per qualche momento da qualche parte nel mondo. Non sembra di stare in Italia. In realtà, concedetemi questa piccola parentesi, l’Umbria è sempre stata una delle mie regioni preferite, tra le più incontaminate della Penisola dove mi sembra sempre di essere in un posto quasi magico. Percorrendo i vicoli raggiungiamo Piazza Grande. Continua a piovere. Nessun problema entriamo a visitare le sale del Palazzo dei Consoli dove ci imbattiamo in una bellissima mostra fotografica di Maurizio Biancarelli e andiamo a vedere le famose tavole eugubine, sette tavole bronzee rinvenute nel XV secolo, dove è iscritto un testo in umbro. Un paio d’ore bastano per visitare tutte le sale e approfondire la scoperta di qualche opera in particolare. C’è ancora un po’ di tempo prima di cena e il sole non vuole riscaldare l’aria. Nessun problema apriamo l’ombrello e continuiamo il nostro percorso a piedi. Ci dirigiamo verso il Duomo. Chiesa ad una sola navata costruita al posto di un precedente edificio romanico che custodisce il sarcofago contenente le reliquie dei santi Giacomo e Mariano.

E’ arrivata l’ora di cena. Ci aspetta una crescia fantastica, la più buona che io abbia mai mangiato. Caffè, ammazza caffè e buona notte. 

Piove ancora al nostro risveglio, ormai siamo abituati. Si parte di nuovo tra i vicoli per vedere il Palazzo Ducale e per ammirare la ricostruzione dello studiolo in legno di Guidobaldo da Montefeltro di cui, qualche anno fa, ho avuto il piacere di vedere l’originale al Metropolitan Museum di New York. La nostra gita sta per finire e per la legge di Murphy salutiamo Gubbio col sole, non prima però di aver concluso al meglio la nostra camminata visitando Parco Ranghiasci e vedendo quel capolavoro del Teatro Romano che si erge solitario fuori dalle mura.

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