Sanremo, le pagelle al secondo ascolto

Bertè, Turci e Silvestri al top, risale Ultimo. Achille Lauro e Nino D'Angelo a zappare

Dopo il grande successo ottenuto dalle pagelle della prima serata della 69esima edizione del Festival di Sanremo (leggi l’articolo), ecco un mix fra le pagelle della seconda serata e i voti che il nostro staff di esperti ha dato a tutti i brani in gara al secondo ascolto. Senza guardare come sono vestiti gli artisti o come sono le loro performance dal vivo, ma ascoltando le canzoni su Spotify. Ecco le pagelle che ne sono venute fuori. Come al solito, i giudizi sono ironici. Si fa per scherzare, nessuno se la prenda.

Parole nuove (Einar): voto 4. Quella di Einar è la candidata numero uno a diventare una bachata per i saggi delle scuole di ballo latinoamericano. Fateci caso nei prossimi mesi: la sentirete. Purtroppo.

I tuoi particolari (Ultimo): voto 7. È come il vino: più invecchia e più ti piace. Non lui eh, che rimane un gran gnocco. La sua canzone. Ricorda molto “Il ballo delle incertezze”, che però sarebbe stata da 9.

La ragazza con il cuore di latta (Irama): voto no Irama, quella era Mary. Si crede un gemello diverso con inserti gospel e quindi ci canta, anche lui, la storia di una violenza domestica. Peccato che lo specialino col gospel c’entri come Antonella Clerici con un programma di dieta stretta.

Rolls Royce (Achille Lauro): voto cosa urli? Ecco lui è l’esempio del fastidio. Più lo ascolto (senza vedere il suo fare arrogante), più vorrei prenderlo per il bavero, dargli due schiaffi e dirgli “Oh ma hai finito di sparare stupidate?” (E qui mi sono censurata, apprezzatelo)

Nonno Hollywood (Enrico Nigiotti): voto 7. Non guardandolo (ed è gnocco eh), si apprezza ancora meglio la sua genuinità. Sempre più sanremese, ma nelle orecchie in treno ci sta bene. Fosse stato un Ermal Meta con la famiglia tormentata avrebbe vinto. Ah no scusate, ci sono i Trettrè de Il Volo da portare in palmo di mano.

Senza farlo apposta (Shade e Federica Carta): voto 5.5. Senza vedere il leck di lui, ovvero il suo ciuffo leccato, è meglio. Ma il problema rimane il brano: uguale a tutti quelli di lei, di lui e di lei e lui insieme. Insomma, rimangono qualcosa di inaffrontabile.

Dov’è l’Italia (Motta): voto 5. Almeno ascoltando e basta non si vede la sua faccia incazzosa senza motivo. Cambia poco, il brano finge di essere da Afterhours, ma tesoro non sei Manuel. Sei Motta. Purtroppo per noi.

Argentovivo (Daniele Silvestri): voto rapiscimi. Si inserisce nel filone de “Il mio nemico”, che già era una spanna sopra tanti. Lui è il principe degli gnoccoloni, se si aggiunge che nelle sentirsi questo testo nelle orecchie fa sperare che la musica non sia solo “Tu mi vuoi, amami”, “Io ti voglio, amami”, “Tu non mi vuoi, ma amami”, “Io non ti voglio e sei bipolare”. Grazie Dany.

Soldi (Mahmood): voto te li do io i soldi basta che te ne vai. Mi viene voglia di perforarmi i timpani sentendo la sua voce lamentosa. No, mi scuso. Non è lamentoso. E’ proprio fastidioso e inutilmente presente sul palco.

 Aspetto che torni (Francesco Renga): voto 7. La profondità del testo si capisce ancora meglio ed è di quelle che gente come Mahmood o quell’altro finto Young Signorino di Achille Lauro dovrebbero studiare. Molto sanremese, potrebbe entrare fra le prime cinque.

L’ultimo ostacolo (Paola Turci): voto l’illuminazione. Entra nel cuore prima ancora che nelle orecchie. E’ rock e delicata al tempo stesso, esattamente come sa essere lei. Non vincerà, perché a Sanremo dovranno far vincere i tre tenores del casello di Roncobilaccio. Però merita il podio a mani basse.

Cosa ti aspetti da me (Loredana Bertè): voto 8. La Berta merita la vittoria. Senza dubbio. Il ritornello rimane nelle

Loredana Bertè Sanremo Loredana Bertè Sanremo

orecchie e ti verrebbe voglia di chiedere “Cosa ti aspetti da me?” anche al controllore in treno. E’ rock, è Curreri e Bertè. E’ musica vera. Quella che a Sanremo quest’anno non si è sentita spesso. Poi lei ha 70 anni e ancora ha voglia di urlare al mondo la sua rabbia. Non vogliamo premiarla al posto di Nino D’Angelo e Livio Chi?

Rose viola (Ghemon): voto 5.5.  Sentendolo isolandosi si capisce cosa voleva fare e ha un senso. Peccato che non sia assolutamente allineato con ciò che porta sul palco del Teatro Ariston.

I ragazzi stanno bene (Negrita): voto 6.5. Al secondo ascolto ti ricorda un po’ il rock alla Ligabue e ai Negrita vecchia maniera e in fondo fa venire anche un po’ di nostalgia. Certo, se Pau e i suoi amici magari si evolvessero un pochino potrebbero stare ancora nel panorama musicale italiano senza far rimpiangere i bei tempi andati.

Musica che resta (Il Volo): voto se resta solo la musica voi potete anche andare. Non è colpa loro… anzi sì, è proprio colpa loro. Ti fanno prudere le mani anche quando li ascolti e basta. Sono proprio i tipici che ti verrebbe da tirare per un orecchio e fargli fare dieci metri trascinandoli. Ah, la canzone? Perché c’è una canzone? Intendo qualcosa di nuovo. No, non pervenuto. Vinceranno. Purtroppo. L’Italia andrà all’Eurovision song contest con loro. E tutto il mondo sarà convinto ancora che noi siamo pizza, ululati e mandolino. La mestizia.

Mi farò trovare pronto (Nek): voto 6. Si farà trovare pronto, non si sa quando. Anzi, si sa: per andare a fare l’anzianotto in discoteca anche subito. Per il resto è sempre più uguale a “Fatti avanti amore”.

Mi sento bene (Arisa): voto 6.5. L’esibizione della prima serata la faceva sembrare, diciamolo, una mezza matta botulinizzata (come mi hanno fatto notare gli esperti del mio staff, ha giusto fatto quei due-tre…mila ritocchino al viso). E invece, ascoltata su Spotify, questa canzone ha un suo perché. Sembra anche allegra. Ovviamente solo nella seconda parte, la prima è solo un pretesto per creare il contrasto con la parte movimentata del brano.

L’amore è una dittatura (Zen Circus): voto 5. Fare gli alternativi e gli indie a prescindere non paga. E soprattutto l’amore sarà pure una dittatura, però loro sono una punizione con questa canzone. Mi aspetto i fan degli Zen Circus sotto casa, come fu l’anno scorso per quello de Lo Stato Sociale (peraltro, che vi risulti loro, le loro parolacce inserite per forza nei testi “perchénoisiamogggiovani”, la vecchia che balla quanti stadi hanno riempito dopo aver vinto il Festival di Sanremo? Aspetto ancora tutte le certificazioni di “disco di diamante che più prezioso non si può” di ogni loro singolo), però davvero questi non si possono ascoltare a Sanremo.

Per un  milione (Boomdabash): voto 7. E’ un tormentone. Ti entra nella testa e non ti molla più. Questa canzone ci terrà compagnia per i prossimi mesi. Poi, che vi devo dire? Sono salentini, ne abbiamo già parlato no?

Solo una canzone (Ex-Otago): voto non pervenuti. Se non me li avesse proposti Spotify nella compilation del Festival di Sanremo, li avrei dimenticati.

Le nostre anime di notte (Anna Tatangelo): voto 4.5. Ascoltando il testo, si ha una netta sensazione: Kekko dei Modà, Tony Maiello e Gigi D’Alessio sono sotto mentite spoglie i veri autori di questo brano. Ed è una tragedia. Anna, dammi retta: vai ad aprire un chiringuito da qualche parte, anche a Ponza per dire eh.

Un po’ come la vita (Patty Pravo e Briga): voto 4.5. Senza vederla, Patty non è la stessa cosa. Senza quel suo sguardo perso, vuoto, quelle pupille che vagano in cerca di una data a cui appigliarsi per capire in che epoca si trova, la canzone perde di appeal. Anche perché è così vecchia che pure Spotify si rifiuta di farla ascoltare, visto che quando è nata la app questo brano esisteva già. Ed era già superato.

Abbi cura di me (Simone Cristicchi): voto macigno. Pesante era e da ernia al disco rimane anche al secondo ascolto. Saremo noi che non lo capiamo, però la tentazione di skippare e passare persino a Nino D’Angelo è forte.

Un’altra luce (Nino D’Angelo e Livio Cori): voto no non è vero, preferivo Cristicchi. Si passa tutto il tempo della canzone ha porsi duemila “perché”: perché sono a Sanremo, perché ci devono infilare il napoletano quando non è indispensabile, perché Nino D’Angelo canta ancora pur avendo l’età del Boss delle cerimonie…

Seconda serata:

Mengoni e il boscaiolo: voto 8. Finalmente il boscaiolo si cambia e sembra solo un detenuto del braccio della morte vestito di nero. Niente da fare per il berretto: quello non lo toglie neanche per dormire.

Virginia Raffaele: voto la vogliamo al posto di Di Maio, Salvini, Toninelli e tutti gli angeli in colonna. E’ eccezionale, strepitosa. Insomma, è davvero una grande artista.

Claudio Baglioni che tanto per cambiare canta le canzoni di Baglioni e le rende ulteriormente neomelodiche: voto 4. Mo basta. Non l’avevamo già ascoltata l’anno scorso l’intera discografia sua?

Pio e Amedeo: voto patetici. Non fanno ridere. Mai. Non hanno mai fatto ridere. Eppure l’Ariston esplode. Avranno annunciato sconti per la serata di domani a chi ride in modo più fragoroso. Inspiegabili.

L’insostenibile pesantezza dell’assenza di Beppe Vessicchio: voto 0. Non ce ne facciamo una ragione. Non ci riusciamo. Beppe, dove sei? Cosa ti hanno fatto? Dove ti tengono prigioniero? Sarai tu il prossimo naufrago al posto di John Vitale all’Isola dei famosi? Se c’è un rimpasto di Governo, un ministero lo daranno a te? Dacci tue notizie, Beppe. Facci arrivare almeno un post it con scritto “Dirige il maestro Vessicchio”, facci stare tranquilli. Torna, Beppe, torna: sto Festival aspetta a te.

Cristiana Mariani

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Sanremo, le pagelle della prima serata

I voti agli artisti della 69esima edizione del Festival di Sanremo

Eccoci alle pagelle della prima serata della 69esima edizione del Festival di Sanremo. Sono pagelle ironiche, sia chiaro. Nessuno se la prenda, si fa per ridere. Il nostro staff di esperti si è riunito e ha elaborato questi voti.

Ooooh si comincia bene: chiariamo subito che anche quest’anno faremo tipo Hunger Games, cioè paghiamo un tributo. A Baglioni ovviamente. E io che speravo fosse finita con la sua beatificazione l’anno scorso. Voto a me: illusa.

Francesco Renga: voto 6.5. La più tipica delle rengate. Lui è gnocco che anche se stesse zitto gli daresti un bel voto, la canzone l’han scritta in mille e fra questi c’è pure Bungaro. Una garanzia, anche se Renga la voce l’ha lasciata a casa.

Nino D’Angelo e Livio Cori: voto quartieri spagnoli. Mischiano italiano e napoletano. Uh novità. Sono così vecchi che persino la Vanoni sarebbe avanguardia in confronto. Avrei preferito che il loro posto fosse occupato da Masha e Orso. Il testo è insppportabile, loro pure di più.

Nek: voto 6. Inizia che è “Fatti avanti amore” e poi si sente un mix fra Queen e Martin Garrix. Ma non lo è e quindi viene la solita roba che in radio potrà passare, ma io su Spotify skipperó sempre.

The zen circus: voto respira. In realtà la sufficienza se la prendono pure, è un brano nel loro stile. Il problema è che il loro stile non si addice per nulla a Sanremo. Non decolla mai.

Il Volo: voto 2015, giusto? Ah non è “Grande amore”? Eh ma qualcuno glielo dica. Sono convintissimi e questo li rende ulteriormente irritanti. Il che è difficile, perché per quanto siano vocalmente dotati sono indisponenti come solo pochi sanno fare.

Loredana Berté: voto 7. A tratti sembra la Oxa: si capisce ben poco di quello che dice. Quando si capisce però spacca. L’hanno vestita con della plastica riciclata, ma la Berta è intoccabile. Premio alla carriera. La vera domanda è: ma nel borsello a tracolla aveva un cellulare che ha vibrato?

Daniele Silvestri: voto 7. Tipicamente sua, lui potrebbe cantare anche l’elenco del telefono e sarebbe non solo un gran figo ma pure molto bravo. Non vincerà, ma almeno ha un suo carattere. Silvestri ha davvero talento, solo per questo dovrebbe entrare fra i primi cinque

Siparietto con Bocelli: voto ronf. Inutile a quest’ora. Anzi, inutile in generale. Utile solo a Baglioni, che guardacaso fa un duetto. In effetti, era da qualche minuto che non ci deliziava.

Federica Carta e Shade: voto 5. Sempre uguali. Si può sovrapporre ogni loro canzone insieme. Potevano mandare una registrazione. Non se ne sarebbe accorto nessuno. Non fosse che per il pugno in un occhio che è l’abito della Carta.

Ultimo: voto 6. Il ragazzo è gnocco e la sua voce non si discute. Se avesse portato qui “Il ballo delle incertezze” avrebbe spiccato il volo. È il nuovo Fabrizio Moro, anche se ogni tanto non centra tanto le note.

Paola Turci: voto 7.5. E’ lei. Rock, graffiante, energica, elegante. Gran bel brano, la sua grinta lo rende unico. Lei è fra le signore del Festival e non per età, ma per la sua personalità. Che a gente come Federica Carta manca ancora. Ma tanto.

Motta: voto 4.5. Sale sul palco in pigiama. Incazzato. L’avranno appena svegliato. Il brano inizia ed è evidentemente “Ho perso le parole” di Ligabue il giro di chitarra. Lui continua ad essere incazzato. Avranno sbagliato intro. Poi canta. E rimane incazzato. Urla. Stonata. E a essere incazzati adesso siamo anche noi. Che roba è sto strazio? Hai il microfono, non urlare dai. “Dove è l’Italia amore mio, mi sono perso”. Eh ma tesoro, se ti poni così è ovvio che non voglia farsi trovare.

Boomdabash: voto 6.5. Sono salentini, che ve lo dico a fare? Nonostante arrivino sul palco con le divise da college inglese per ricconi, il brano si candida a diventare un tormentone. Non è per nulla sanremese e quindi non arriverà fra i primi cinque, però è tipicamente da Boomdabash e per questo ci piace.

Patty Pravo e Briga: voto 4.5. I problemi iniziali non sono colpa loro. Il look di Patty però sì: è una medusa bionda infagottata nella carta delle caramelle Rossana. Il brano è nato vecchio e più di così non può dare. Negli anni Novanta sarebbe stato

Patty Pravo e Briga a Sanremo Patty Pravo e Briga a Sanremo

modernissimo. Oggi a svecchiarlo non basta neanche la parte rap di Briga. La vera parte rap comunque è quella finale, ovvero il dialogo incomprensibile fra Patty e Virginia Raffaele che imita Patty. E il problema è che Patty secondo me ha capito tutto.

Simone Cristicchi: voto 5. Simo, io capisco che sei uno impegnato. Impegnatissimo. Ma proprio che non hai un buco libero. Non potevi usare ste serate per riposarti? Lo stile è quello di “Ti regalerò una rosa”. La pesantezza è quella di un film russo coi sottotitoli in azero interpretati da doppiatori di strada. La sua cultura e il suo impegno non si discutono. Ma alle 23.17 di un martedì noi non ci meritiamo tutto questo impegno. Scusaci Simo, non ti capiamo.

Giorgia e le sue coverchenonmiazzardoproprioacantarecanzonimieaSanremofiguratifacciosoloepuremalebranidialtri: voto 4. Avevi rovinato il rovinabile con l’album. Potevi finirla lì. E invece l’hai fatto anche live. La Houston è morta di nuovo. Eros sta meditando di smettere con la musica. E Jovanotti ha iniziato persino a dire le “s” giuste. Tutto questo dopo averti sentito cantare stasera. Grazie Giò, grazie davvero. No, dico, per aver finito di straziare alcuni dei più bei brani al mondo con vocalizzi e ghirigori inutili e fastidiosi. La sua voce è indiscutibile: Giorgia è una bomba. Finché canta i propri brani. Poi arriva Baglioni e rende neomelodica “Come saprei” e perdo il lume della ragione. Capisci Giorgia cosa vuol dire avere brani rovinati?

Achille Lauro: voto voglio una fine così. Proprio per lui. Voglio la fine della sua esibizione dal primo secondo in cui lo sento urlare. E’ urticante. Mi fa lo stesso effetto che mi fa l’aloe: mi gratto. Ha inserito nomi di personaggi famosi a caso nel testo per fare quello che “così la gente nota la mia canzone”. Sì, Achille ti abbiamo notato. Purtroppo. Ti conveniva stare nascosto.

Arisa: voto sono scioccata. Io giuro che non ho capito. Inizia che sembra una sigla di un cult Disney e poi mi ritrovo improvvisamente in un trenino del sabato sera al Plastic di Milano con la Stryxia come dj. Tipo la Parisi, la Cuccarini, Marcella Bella negli anni Ottanta. Al cambio di ritmo si rimane attoniti, è come aver preso una botta in testa. Secondo me può dare delle gioie, una volta capita. Ecco, quando la si capisce?

Negrita: voto 6. Pau canta “karma” e “fortitudine”. Dopo aver ascoltato la povertà del testo di Achille Lauro, sembra una benedizione. Anzi lo è. Sembrano un po’ i Negrita del passato frenati nel ritmo, un po’ più riflessivi. Sono old school e, francamente, se la nuova scuola sono Achille, Briga e Shade, ben vengano i Negrita con qualche anno in più. Non sono sanremesi, ma dopo la Rolls Royce del finto rapper questo sembra oro. E pazienza se a Pau è sfuggita di mano la decolorazione della barba.

Siparietto con Santamaria: voto 6. Non per altro, ma è mezzanotte passata. Perché allungare ulteriormente?

Ghemon: voto 5. No, non è proprio da Sanremo. Cerca di fare Neffa e sarebbe anche nelle sue corde, ma non convince. Dispiace, perché gli altri suoi brani non sono così deludenti. Non ha verve, è solo vestito talmente male che mi verrebbe voglia di cavarmi gli occhi pur di non vederlo.

Einar: voto 5. Entra vestito da torero e non si capisce il motivo. Crede di essere ancora ad Amici e noi lo speriamo. Purtroppo però è al Festival di Sanremo. No, non è il festival delle banalità, ma avendogliela scritta Maiello è evidente che i luoghi comuni siano dietro l’angolo. Andrà bene in radio, ma “camminerò lontano dal tuo cuore” è una frase che non avrebbe scritto neanche Kekko dei Modà (oddio l’ho evocato, si materializzerà scrivendo una nuova canzone per AnnaSempreGiovanissimaEFreschissimaTatangelo?). Dai su, è mezzanotte e mezza. Siamo stanchi.

Ex-Otago: voto 5.5. Anonimi. La loro utilità a Sanremo è incomprensibile, se non per occupare una casellina di un genere musicale. Nessuno ci crede davvero e in effetti passeranno nello spazio di un mattino. Non che non siano bravi, anzi. E’ che non hanno appeal: vorrebbero fare i The Giornalisti, ma i The Giornalisti ci sono già. Per fortuna non sono gli Stato Sociale. Con questa canzone non lasciano il segno. Sono solo un ulteriore ostacolo sulla strada che ci porta all’esibizio della divina Anna Tatangelo.

Anna Tatangelo: voto 5. Un’accozzaglia di parole prese dal Cioè. “Le nostre anime di notte non si perderanno mai”, “Siamo nudi per la prima volta”: mi ricorda ancora una volta il tanto temuto Kekko dei Modà. Come dice il nostro staff, “la Tatangelo serve perché è quella che ci prova sempre ma non ce la fa”. Ecco appunto

Irama: voto nera come la tua schiena. “Io ci sarò comunque vada”: altre frasi scritte sfogliando i baci Perugina. Non è male, lui ha sempre la faccia di uno che non ha sentito la sveglia. Per l’occasione sfodera anche il coro gospel, mancano soltanto i fuochi d’artificio e poi le ha provate tuttte. Andrà bene in radio, per motivi evidenti (arriva da Amici e la sua fidanzata e la potentissima, sui social network, Giulia De Lellis) sarà anche molto votata e molto ascoltata.

Enrico Nigiotti: voto 6.5. Lui è nell’olimpo degli gnocchi, nonostante quei capelli che lo fanno assomigliare all’emoji della nonna su Whatsapp. La sua è la tipica canzone sanremese. La profondità del suo testo dopo le banalità di Irama è una boccata d’ossigeno.

Mahmood: voto 4. La voce è il suo problema. Cioè proprio il timbro: è per me difficile da sopportare. Lo metterei come sveglia solo per alzarmi il prima possibile pur di non sentirlo. Fa la faccia da gangsta, ma non si ricorda di essere al Festival di Sanremo. Se non avesse questa voce stridente, si potrebbe persino ascoltare il testo. Capendo però magari che non è un granché.

I millemila autori di ogni canzone: voto ma mettervi in meno e scrivere canzoni decenti? Ci sono brani, come quello orrendo di Achille Lauro, scritto a una decina di mani e non ci si spiega il motivo. Non c’è una sola canzone scritta da una o due persone. Anzi no, una c’è: quella della Tatangelo. Ecco, lì qualche altro autore a dare una mano sarebbe servito. Una pletora di autori di vario genere è stata impiegata per cosa? Ste ciofeche?

Le solite tre persone del pubblico che dicono “bravi” a chiunque, pure ai tecnici che passano: voto avete trovato una nuova professione. Mai il pubblico dell’Ariston era risultato così vivo. Peccato che le voci siano sempre le stesse.

Virginia Raffaele: voto GRAZIE. Lei va clonata e distribuita nel mondo. E’ solare, professionale, ha tutti i tempi comici di questo mondo, i tempi televisivi, una voce clamorosa e una presenza scenica invidiabile. Tanto lei è delicata e piacevole, quanto Claudio Baglioni è evitabile. Proprio da evitare. Chiamatelo Claudio Baglioni and friends, come ci suggerisce il nostro staff, la prossima volta. Claudio Bisio: voto 9. Passa da anchorman a spalla con una facilità disarmante, ha i tempi televisivi di un vero professionista (d’altro canto…). Se non fosse interrotto ogni tanto da Baglioni e non dovesse essere riverente per forza con lui sarebbe una bella serata.

L’irrimediabile assenza di Beppe Vessicchio: voto 0. Ci ho sperato. Ho sperato che uscisse almeno nella sigla finale. Ma niente. Di Beppe non c’è stata la minima traccia. Beppe, dove sei? Dove ti hanno nascosto? Sei stato rapito? Hai la sindrome di Stoccolma? A noi puoi dirlo, siamo forti e sapremo superare anche questa difficoltà. Ma ti prego, dicci dove sei.

Cristiana Mariani

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